Dalla nazionalità alla cittadinanza: un tortuoso percorso tra i diritti
Per Roberto Cartocci (*)
L’Italia presenta tutt’oggi un irrisolto problema di unificazione territoriale dei diritti. Il primo punto che viene alla mente è la questione Napoli emersa nell’autunno del 2006 e protrattasi per mesi con la questione del mancato smaltimento dei rifiuti. Quella che è stata presentata dai media prima come un’emergenza-criminalità e poi come un’emergenza ambientale era, ed è, qualcosa di molto più profondo. Si tratta, nei termini di Rokkan, di un deficit di sovranità dello stato, e – nei termini di Marshall – di un deficit di diritti civili.
Non si tratta di criminalizzare l’intero Mezzogiorno. Mi pare invece un doveroso servizio alla democrazia, e al Mezzogiorno, chiamare i problemi con il loro nome. In certe aree dove il controllo della cosiddetta criminalità organizzata è più capillare, lo sviluppo politico appare stravolto. Non solo lo stato non riesce a esercitare il monopolio dell’uso della forza e a far rispettare i diritti civili (ad esempio il diritto di svolgere il libero commercio), ma – quello che forse è addirittura peggio – lo stesso potere criminale garantisce tutela fisica, assistenza (ad esempio alle famiglie degli arrestati) e lavoro, cioè soddisfa quelli che altrove sono diritti sociali (1).
Ma c’è un altro aspetto – meno drammatico ma più capillare – per cui i diritti sociali non sono uniformemente garantiti. Prima e più del divario economico tra regioni del Nord e del Sud, il differenziale di stock di capitale sociale e di rendimento delle istituzioni si riflette sulla qualità e ampiezza dei diritti sociali garantiti ai cittadini del Nord e del Sud.
La promessa universalista della cittadinanza democratica viene quotidianamente smentita, in quanto la gamma dei diritti dipende in misura decisiva sia dalla qualità delle istituzioni, sia dalla densità del tessuto organizzativo del terzo settore, mediante le soluzioni di welfare mix che rendono sostenibili costo e qualità dei servizi erogati.
Ma su entrambe le dimensioni le differenze tra regioni settentrionali e Mezzogiorno è molto sensibile. Su un aspetto dei diritti sociali particolarmente sensibile – quello della salute – già dieci anni fa una forte variabilità territoriale della cittadinanza sociale era stato documentata da V. Fargion. In base agli ultimi dati disponibili sulla mobilità sanitaria, si misurano col dettaglio del contabile dove si concentrano i cittadini più fortunati e quelli meno fortunati. I saldi più numerosi in ingresso riguardano la Lombardia, con quasi centomila pazienti, e l’Emilia-Romagna, con poco più della metà. Seguono, con un saldo di circa trentamila arrivi, il Veneto, la Toscana e il Lazio. I saldi negativi (prevalenza di uscite) più alti interessano nell’ordine Campania (69 mila), Sicilia e Calabria, entrambe con oltre 50 mila uscite. La decisione dei cittadini di andare a farsi curare in una regione diversa da quella di residenza può essere dunque considerata un indicatore di rendimento delle istituzioni regionali: ci si sottopone a trasferimenti disagevoli e costosi se le strutture sanitarie locali non funzionano o sono insufficienti. Per le medesime ragioni, la mobilità per motivi di salute può essere considerata anche come un indicatore di fiducia nelle istituzioni, e quindi come un aspetto della loro legittimità: si sceglie l’exit per non affidarsi a medici locali, pur con i costi e il disagio che questo comporta. Difficile pensare ad una manifestazione più pregnante, nel suo rilievo esistenziale per i cittadini coinvolti, dell’incapacità delle istituzioni locali di alimentare il senso di comunità, il “sentirsi parte”. Per inciso, si tratta di un caso esemplare di pedagogia negativa da parte delle istituzioni. Queste non solo non costruiscono la nazione, ma la distruggono nel momento in cui smentiscono la promessa della cittadinanza sociale.
La frattura Nord-Sud tra i diritti dei cittadini della Repubblica italiana costituisce la smentita più clamorosa della democrazia come eguaglianza di diritti, ma non è l’unica linea di divisione tra chi vive all’interno dei confini dello stato. Naturalmente, la traiettoria dei diritti si ingarbuglia soprattutto per coloro che arrivano superando il confine dello Stato. In generale si pone il problema della concessione della cittadinanza ai nuovi arrivati. Le regole in Italia sono particolarmente stringenti, tipiche di un paese di emigranti, per cui continua a prevalere lo ius sanguinis sullo ius soli.
Vediamo alcuni casi particolari, che rappresentano altrettante complicazioni:
- il senegalese che sbarca a Lampedusa
- il calciatore brasiliano
- l’imam catturato in Italia dai servizi segreti di un altro paese.
Vale la pena prestare attenzione a questi casi particolari, esempi di cronaca quotidiana di globalizzazione.
Il senegalese che sbarca è un clandestino e a rischio di espulsione (2). Privo dei diritti civili, viene segregato in un centro da cui non può uscire. Spesso, comunque, appena sbarcato viene trasferito in ospedale e curato a spese del servizio sanitario nazionale. Da questo punto di vista, pur privo di diritti civili, gode di un diritto sociale di cui probabilmente non godrebbe nel suo paese d’origine. Nel migliore dei casi, beneficerà di una delle periodiche sanatorie e otterrà il permesso di soggiorno. Godrà così dei diritti dei lavoratori regolari, potrà diventare titolare di una partita Iva e pagare le tasse, ma non potrà facilmente ottenere la cittadinanza italiana, con i relativi diritti politici.
Il calciatore brasiliano quando arriva nella grande squadra è uno straniero con un contratto di lavoro, non è un clandestino e ha i soldi per pagarsi le cliniche private e le eventuali assicurazioni. Se un rude terzino lo azzoppa, la sua squadra pagherà tutti i migliori specialisti.
Può permettersi di infischiarsene se non gode dei diritti politici e sociali riservati ai cittadini italiani. Ma…. Ma potrebbe sposarsi con una ragazza latino-americana che ha un nonno, o una nonna, italiana.
Allora si apre un’autostrada giuridica che lo porta alla piena cittadinanza italiana. La moglie non parla italiano e tanto meno paga le tasse in Italia, è arrivata in Italia solo al seguito del marito, ma ha già il passaporto italiano, per un’applicazione molto estensiva del principio dello ius sanguinis. La sua cittadinanza sarà estesa al marito grazie al matrimonio. Questi, in linea di principio, potrebbe vestire la maglia azzurra ai prossimi mondiali in Sud Africa. Diritti civili, politici e sociali sono uguali a quelli degli altri italiani. Con un ulteriore vantaggio, quando il giocatore brasiliano sarà acquistato dal Real Madrid o dall’Arsenal: in quanto cittadino europeo potrà – insieme alla moglie – spostarsi liberamente come se fosse un giocatore spagnolo o inglese.
L’imam non è un cittadino italiano ma è vittima di un reato. In questo caso viene messa in discussione la legalità assicurata dallo Stato, che persegue tutti i crimini che si svolgono sul suo territorio, anche quelli compiuti da cittadini di altri stati, anche quelli di cui sono vittime cittadini di altri stati. In questo caso prevale il principio dello jus soli, che protegge i diritti civili dell’imam e, per lo stesso
principio, pretendo di arrestare e processare i colpevoli, anche se cittadini di un altro stato. Anche in questo caso lo straniero, l’imam, gode di un diritto (civile) che forse non si vedrebbe riconosciuto nel suo paese.
Potremmo continuare a lungo a seguire le tracce tortuose di varie figure che godono in maniera differenziata dei tre diversi tipi di diritti.
E’ stato accertato, per esempio e per concludere, che la cittadinanza sociale degli immigrati soffre degli stessi problemi di quella degli italiani. Esistono cioè immigrati di serie A e di serie B, come gli italiani. Se non si ha il piede di velluto di un calciatore brasiliano, è meglio dunque essere un immigrato in una regione del Nord che in una regione del Sud. E così i fili dei diritti si ingarbugliano ancora di più, per vecchi e nuovi cittadini.
(1) In questo, ovviamente, viene meno la natura cumulativa dei diritti, tipica della tradizione europea. La criminalità organizzata garantisce lavoro, assistenza e credito ma non diritti civili né diritti politici. Si veda sul punto il volume di Saviano, Gomorra.
(2) Naturalmente non è da sottovalutare il fatto che la barca carica di clandestini non venga respinta dalla Guardia costiera, come prevedrebbe il modello classico dello stato che arma le forze armate per impedire l’entry illegale.
(*) Laureato in Scienze Politiche, Università di Firenze. Professore alla Università di Bologna
Maggio 2011



